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Racconta la leggenda che i qeqchi'es erano inconquistabili e che fu lo zelo missionario dei domenicani che riuscí a far sí che la Terra di Guerra o Tezulutlán, si trasformasse nella regione della Vera Paz o vera pace.
Quando il visitatore si dirige via aerea verso il nord del Guatemala, puó ammirare tra le dense nubi, la fertile terra delle orchidee, la regione delle Verapaces. Se invece affronta il viaggio via terra, la natura offre due differenti spettacoli. A causa della deforestazione il cammino si vede giallastro durante la stagione secca, dalla capitale fino a El Rancho, mentre se si viaggia durante la stagione delle piogge si possono vedere tutti i toni di verde impressi nelle colline e nelle montagne. Tuttavia, dopo El Rancho il verde é permanente, mentre il veicolo si muove costeggiando le altitudini che i maya paragonavano al dorso di un coccodrillo gigante, conosciuto come Cauac, la vista si perde nelle meravigliose alture e nei sorprendenti strapiombi, conosciuti dagli abitanti come ziguanes.
Dopo alcune ore di viaggio si apre sulla via una fila di case la quale ci dice che siamo arrivati a Cobán. Sembra di condividere con Tomás Gage, un visitatore di Santiago de Guatemala del secolo XVII, quell'impressione di voler scoprire una cittá circondata da muraglie con alte torri, per il titolo di Cittá Imperiale. Peró a poca distanza si apre la strada principale di Cobán, fondata dai domenicani nel secolo XVI.
Una peculiare conquista
Sembra che la regione sia stata conquistata con le armi nella prima metá del XVI secolo, peró non fu colonizzata dai castigliani. Grazie alle monovre politiche di frate Bartolomeo de las Casas, i domenicani conseguirono che nessun "encomandero" o militare raggiungesse la cittá per alcune decadi e in questo tempo si compromisero a convertire gli abitanti in sudditi leali alla corona castigliana e fedeli praticanti della chiesa cattolica. I missionari domenicani riuscirono nei loro propositi. Vari di loro sottomisero la popolazione senza spargimento di sangue e dimostrarono che il messaggio d'amore universale non doveva entrare in maniera violenta, come successe in quasi tutte le Indie Occidentali e, in compensazione, si videro beneficiati con la quasi escusivitá nel territorio. Furono i signori temporali e spirituali della Vera Paz.
Arrivando al Parco Centrale della cittá é ovvia la presenza dell'Ordine dei Predicatori, la cattedrale risplende orgogliosa con il suo emblema domenicano: la croce gigliata in bianco e nero. La facciata manierista ricostruita, é l'unica cosa che parla dei gloriosi giorni del XVI secolo, con il suo stipite che rende doppia la porta principale.
Casone coloniali (grandi case signorili coloniali)
É un po' tardi e non possiamo uscire a passeggiare come ci piacerebbe, siamo invitati a cenare nell'Hostal de Doña Victoria. Giungendovi la strada stretta e frequentata, il marciapiede elevato e la porta minuscola ci parlano della storia della casona. Secondo i proprietari la costruzione data XVI secolo, le sue grosse mura sembrano confermare questo fatto, mentre le mattonelle del pavimento, poste dopo aver cambiato le installazioni pochi anni fa, aiutano a corroborare l'idea.
Si crede che sia stata costruita per venire adibita ad un convento di monache, dopo invece fu trasformata nel recinto di una coltivazione di caffé, dove c'erano piante di banano e pepe, delle quali rimangono ancora alcuni esemplari. L'ultima ereditiera della coltivazione, Rosalina Guerrero, figlia di Doña Victoria, l'ha conservata intatta fino al 1914. Le ragioni di Rosalina erano romantiche, si dice che quest'anno, vestita per il suo matrimonio, rimase piantata nella chiesa e da allora decise di vivere richiusa nella casona. Grazie a questo la residenza rimase protetta dalle trasformazioni. Un ritratto di Rosalina presiede la recepcion dell'Hostal, dove si possono ascoltare storie di apparizioni che si sarebbero verificate nella casa. Con o senza spavento, la residenza non cessa di essere accogliente e comoda, oltre ad essere un luogo degno di essere visitato quando ci si trova nella cittá imperiale.
Passeggiata mattutina
Alle sei di mattina decidiamo di percorrere la vecchia cittá. Un tratto differente alla scacchiera aspetta chi vuole camminare. Non sono blocchi quadrangolari di case, ma é un piano irregolare quello che si trova nelle vie di Cobán. Cerchiamo il Calvario e una signora ci indica la via. La strada costeggiata da un monte elevato, fitto di alberi e la foschia caratteristica del luogo non ci lasciava vedere la cima e neppure il tempio. Alla fine desistiamo dall'idea.
Nonostante l'ora molti abitanti di Cobán stanno aprendo i loro locali, quelli degli autobus fanno scendere e salire viaggiatori, ceste di verdure vanno e vengono, i compratori si affollano di fronte ai pochi posti aperti.
Saliamo per la strada addossata e giungendo all'angolo troviamo l'edificio art decó del Comune che si alza orgoglioso come testimone dei giorni di Jorge Ubico. Sui suoi marciapiedi vari corridori aspettano per uscire a fare il loro sport in gruppo. I taxisti offrono i loro servizi e di fronte alla cattedrale, gli inni che si ascoltano fanno sapere che la messa é iniziata. Molte signore, con vestiti tradizionali, si affrettano agli angoli per entrare nel tempio.
Attraverso il Parco
Il chiosco di linee moderniste interrompe la visione del tempio dalla piazza, la vegetazione fa il suo con il monumento a Manuel Tot, eroe dell'Indipendenza. Di fronte al Parco il portale di ispirazione classicista ospita commercianti che pongono i loro spazi di artigianato. Attraversando la strada c'é il busto di frate Bartolomeo de Las Casas, in memoria del celebre domenicano. Verso la sinistra le strade piú solitarie scendono improvvisamente di livello e mostrano casone signorili che devono avere piú di un segreto da raccontare. Camminare per i meandri che formano alcuni viali anima l'immaginazione.
Alcuni di questi, impietrati e coronati da piante rampicanti che fuoriescono dai giardini, ci fanno pensare ad altre narrazioni che dovrebbero essere ascoltate. Occorre tornare a salire sulla strada principale, e per questo momento la piazza sará piú affollata ed offre un esempio della ricchezza culturale della regione. Donne vestite con abiti tradizionali, signori con attitudine occidentale, e il viavai di automobili, di venditori, di lustrascarpe e addirittura di turisti. É domenica mattina.
Il chipi chipi
Quando arriviamo al livello della strada sentiamo la brezza del chipi chipi. "é pioggia bagna sciocchi", ci diceva un conoscente. Ricordando i suoi consigli ci ripariamo in una vendita di candele, scocciati per aver dimenticato l'ombrello in Hotel. Attraversiamo la strada e, in un altro negozio, compriamo un pezzo di nylon, gli apriamo un foro simulando un güipil ed usciamo di fretta per cercare un taxi.
Di ritorno all'hotel ci disponiamo a preparare il rientro, pensiamo a fare colazione lungo la strada di ritorno alla capitale. Due giorni nella Cittá di Carlo V sono valsi la pena.
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